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«Li definisco dei terroristi alla pari di quelli che hanno ucciso papà, forse sono anche peggio. Sono degli assassini, perché uccidono per la seconda volta persone morte in modo così drammatico e offendono anche le loro famiglie che sono straziate da un dolore immenso. Ma offendono anche la maggioranza degli italiani che credono in quei valori per i quali i caduti hanno perso la vita». Queste le parole di Marco Intravaia, figlio del vicebrigadiere Domenico Intravaia, uno dei caduti di Nassirya, all’indomani del corteo per la Palestina, durante la quale i manifestanti hanno bruciato il fantoccio di un soldato italiano e hanno, più volte, intonato l’infame “dieci cento mille Nassirya”. Come se non bastasse l’oltraggioso e tristemente famoso coretto, durante la manifestazione, a cui hanno aderito anche molti esponenti del governo, i pacifinti riescono a vomitare anche qualcosa di peggio: “L’unico tricolore da guardare è quello sulle bare”, scandiscono i vermi comunisti avvolti nei loro stracci della pace. «Quantomeno mio padre è morto da eroe e ha avuto l’onore di essere ricoperto dal tricolore. E le aule del Senato non devono essere intitolate a Carlo Giuliani, ma a uomini che hanno perso la vita per le istituzioni, non a uomini che hanno cercato di minarle» risponde il povero Marco Intravaia che, oltre a dover subire quelle ignobili offese, è costretto anche a subire l’opportunismo e l’ipocrisia di chi condanna gli estremisti della sinistra radicale, ma continua a governare grazie al loro sostegno parlamentare.

“Al Billionaire…imbottito di tritolo” risponde così il pacifista Oliviero Diliberto alla domanda di Daria Bignardi se “preferisse andare a Villa Certosa o al Billionaire”. Un’idiozia che può scappare al bar o al centro sociale, ma che esca dalla bocca di un autorevole esponente della maggioranza di governo, lascia sgomenti. Il compagno Diliberto non è nuovo ad affermazioni così raccapricianti: commentando un incontro tra Silvio Berlusconi e George Bush, disse che «sono andati a stringersi mani grondanti di sangue», durante una visita al suo amico Fidel disse che a Cuba «vige una democrazia applicata in forme diverse rispetto a quella occidentale» dimenticando la realtà di un paese che nega i più elementari diritti civili ai suoi cittadini. Sempre lui, da ministro della giustizia, fù l’artefice del rimpatrio della terrorista Baraldini in cambio del silenzio italiano sulla strage del Cermis. Questa volta però, il maggior rappresentante italiano dell’odio di classe anticapitalista, ha superato se stesso.